Un'alba che non finisce mai
C'è una mattina del 1971 che non è mai tramontata del tutto. Mogol esce di casa, guarda il mondo attorno a sé, e con quella capacità rara che hanno i grandi poeti — trasformare il reale in universale — comincia a scrivere. Il testo è una fotografia momento per momento di quello che ha visto: la rugiada era vera, il cavallo era vero. Eppure quella concretezza assoluta, quella fedeltà quasi ostinata alla materia delle cose, diventa la porta attraverso cui passa qualcosa di molto più grande di una mattina di settembre.
Il testo: un'anima che cammina nella nebbia
Il brano si apre con un'immagine di sospensione. "Quante gocce di rugiada intorno a me / Cerco il sole, ma non c'è / Dorme ancora la campagna, forse no / È sveglia, mi guarda, non so" e già in questi quattro versi risiede tutto il mistero del brano. Il protagonista non sa: non sa se la campagna dorme o veglia, non sa se il sole esiste ancora. È un uomo immerso nell'ambiguità del mondo, nella zona grigia tra notte e giorno, tra sonno e coscienza. Settembre, del resto, è il mese della transizione per eccellenza: la luce che cede, la natura che esita.
L'odore del grano che sale, la vita che batte piano nel petto, la nebbia respirata — il protagonista passeggia nella campagna all'alba, avvolto dai colori e dagli odori della natura, mentre pensa al senso della vita. Ma Mogol non cede mai alla retorica: tutto è trattenuto, pudico, come si conviene a chi sa che le emozioni più profonde si portano in silenzio.
Il verso "Respiro la nebbia, penso a te" è forse il più bello del brano: la nebbia non è soltanto atmosferica, è interiore. È la sostanza stessa del pensiero quando cerca qualcuno o qualcosa che sfugge. "Te" rimane enigmatico — è un amore lontano? È la vita stessa? È Dio, o semplicemente l'altro da sé?
La seconda strofa porta il pensiero a volare, "leggero", come se la vastità del paesaggio — "Sembra quasi un mare l'erba" — consentisse finalmente alla mente di espandersi oltre i propri confini. Ma subito sopraggiunge la paura: "Ho quasi paura che si perda". Il pensiero libero spaventa chi non è ancora pronto a trovarsi. E il cavallo che fugge è forse l'immagine più potente del brano: libertà sfiorata e subito perduta, il selvatico che non si lascia toccare.
Poi arriva il nucleo filosofico, il grido muto al centro del brano: "No, cosa sono? Adesso non lo so / Sono un uomo, un uomo in cerca di sé stesso / No, cosa sono? Adesso non lo so / Sono solo, solo il suono del mio passo" . È una domanda antica come il mondo, ma pronunciata con una modernità disarmante. Non c'è risposta, non arriva nessuna rivelazione. Rimane soltanto il suono dei passi — l'esistenza ridotta alla sua forma più essenziale, l'uomo che cammina senza sapere dove, forse nella direzione di sempre: la ricerca di sé stesso.
La canzone termina con un'amara constatazione: "E intanto il sole tra la nebbia filtra già / Il giorno come sempre sarà". Tutto diventa nulla. Il sole sorge, ma non porta risposte. Il giorno sarà come sempre — e in quelle due parole si concentra una malinconia sottile e devastante. La luce arriva, ma la domanda resta aperta. L'uomo riprende la sua strada, ancora in cerca di sé.
La rivoluzione silenziosa del Moog
Se il testo è un'anima che cammina, la musica è il paesaggio attraverso cui quella anima si muove. E qui la PFM compie qualcosa di straordinario, qualcosa che la storia della musica italiana non aveva ancora visto.
In questo brano viene utilizzato per la prima volta in Italia il Moog, strumento simbolo del rock progressivo di quegli anni, che la band ottenne in prestito dall'unico esemplare in possesso dell'importatore italiano, il signor Monzino. Un solo strumento, un solo esemplare in tutto il paese. Eppure bastò.
Il suono del Moog in Impressioni di settembre non è un ornamento, non è una curiosità tecnologica: è un evento sonoro. Franco Mussida, chitarrista e compositore della PFM, ebbe l'intuizione di creare una melodia quasi surreale, unica nel suo genere: il suono era così straordinario e inebriante da meritare un ruolo di primaria importanza all'interno del brano. Così il "ritornello" del brano è costituito proprio da un intermezzo musicale che ha una forza inaudita.
Quegli accordi sintetici che si aprono come una finestra su un paesaggio impossibile — né del tutto umani, né del tutto artificiali — sono la traduzione sonora perfetta dell'ambiguità del testo. Il Moog parla dove le parole tacciono. È la voce della nebbia, il suono di quel pensiero che vola e rischia di perdersi.
Alla sua pubblicazione, Impressioni di settembre venne apprezzata proprio per la presenza del sintetizzatore, che era una novità assoluta in Italia. Ma andare oltre la novità è ciò che distingue un esperimento da un capolavoro: qui la tecnologia non è esibita, è necessaria. Il Moog non poteva non esserci, come non poteva non esserci la nebbia.
La musica fu ispirata a Mussida dal coinvolgimento del gruppo nella registrazione di Emozioni di Lucio Battisti — un'altra canzone sull'anima che cerca — e si percepisce in questa genealogia qualcosa di profondo: la PFM non nasce nel vuoto, nasce dal meglio della canzone italiana del suo tempo, e lo porta altrove, verso latitudini sonore che l'Italia non aveva ancora esplorato.
Un capolavoro che non invecchia
Impressioni di settembre è una canzone sulla speranza, un caposaldo della musica italiana, capolavoro insuperato e insuperabile della Premiata Forneria Marconi. Lo confermano decenni di cover — da Franco Battiato ai Marlene Kuntz, da Gigi D'Agostino a Francesco Renga — e lo confermano soprattutto gli ascolti: ogni volta che quella melodia del Moog si apre nell'aria, qualcosa si ferma.
È una canzone che ha il coraggio di non rispondere. In un'epoca — i primi anni Settanta — in cui la musica spesso urlava certezze rivoluzionarie, questa canzone sussurrava una domanda. Cosa sono? Non lo so. E quel non sapere, messo in musica con tale grazia, rimane uno dei momenti più onesti e più belli che la musica italiana abbia mai prodotto.
Il sole filtra tra la nebbia. Il giorno, come sempre, sarà. Ma noi continuiamo ad ascoltare.

