ed affrescare gli stipiti — messa avanti per i contemplativi riposi una sedia curule — con dei visini di monache e con quant’altro, riacceso il fuoco della fantasia, gli ricorreva alla mente o toglieva, con due soli colpi inspirati, alla tavolozza che teneva ivi appesa, e di cui si valeva in tutte le occasioni come della propria armatura l’eroe del Cervantes.
Ed è proprio in codesto declinante periodo della sua vita che, attaccato un’altra volta al cavicchio il tubino o capellaccio, il quale in un modo o nell’altro destava sempre l’ entusiasmo dei commensali per la sua forma antiquata ed ultrartistica, elaborava, a pranzo consumato e finito, con in mano una pipa napoletana a canna interminabilmente lunga, e nell’altra un bicchiere offertogli dagli amici, tra le ombre chinesi e gesticolanti di quel suo predicatore in cotta e stola, il canto carnescialesco intorno a ,,Cecco e Rosina“.
Oppure, trovandosi davanti a una tavola sparecchiata in faccia alle bucce d’un mandarino spugnoso od ai resti intrattabili ed indigeribili di qualch‘altro torsolo; distesi i piedi ben calzati nei sandali, sentenziava, con una reminiscenza pratiana ad hoc, mentre la sala si affollava per il Dencing da una parte e il cascherone dall'altra; col braccio armato e disteso verso l’udienza che applaudiva, e come se volesse così por termine e mettere assennatamente e con un calcio un punto alle cose che vedeva ingrossare e precipitare in quel suo ultimo curriculum vitae:
”Progenie impoverita,
che cerchi un ben lontano;
nella mia rosea mano
é il nappo della vita!...“
